CATANIA - "La morte di Nitto Santapaola, boss storico di Cosa nostra deceduto al regime del 41 bis, è passata a Catania quasi nel silenzio generale". Riccardo Pellegrino, vicepresidente vicario del Consiglio comunale etneo, chiede al sindaco Enrico Trantino "parole chiare e di gesti concreti per affermare senza ambiguità da che parte stanno le istituzioni".
Pellgrino e Trantino nel novembre scorso erano stati protagonisti di una disputa, col primo che aveva accusato il secondo di averlo aggredito. "Con Santapaola parliamo di uno dei protagonisti più sanguinari della storia criminale della nostra città - aggiunge Pellegrino -, condannato all'ergastolo per l'omicidio dell'ispettore capo Giovanni Lizzio, per l'assassinio del giornalista Giuseppe Fava e per le stragi mafiose che hanno insanguinato l'Italia. Di fronte a una figura così ingombrante il silenzio della politica catanese è francamente incomprensibile".
A preoccupare Pellegrino sono state anche alcune dichiarazioni rilasciate da don Benedetto Sapienza - parroco della chiesa della Madonna della Salette, nel quartiere San Cristoforo -, "che ha affermato come Santapaola sia ancora ricordato nelle strade del quartiere perché ne ha fatto la storia. Sono parole che non possono essere pronunciate con leggerezza. Il giudizio sulle anime spetta a Dio, ma la storia degli uomini è scritta nelle sentenze: Nitto Santapaola è morto al 41 bis dopo condanne definitive per stragi e omicidi».
Per Pellegrino il punto centrale resta la dignità del quartiere. "San Cristoforo non appartiene ai boss ma alle persone perbene che ci vivono. Migliaia di famiglie oneste che ogni giorno combattono contro lo stigma e contro una narrazione che rischia di inchiodare il quartiere al suo passato criminale".
Il vice presidente del Consiglio comunale ha un fratello, Gaetano Pellegrino, condannato nel 2018 a nove anni di reclusione per associazione mafiosa: "Da anni - spiega Riccardo - lotto contro lo stigma di avere un fratello che sta pagando per i suoi reati: non posso cancellare il legame di sangue, siamo figli dello stesso padre e della stessa madre, ma da subito ho preso le distanze da lui e dalle sue azioni. E da uomo delle istituzioni non posso che essere contro ogni forma di legame, azione, comportamento o anche solo mafioso. Catania - conclude - non può permettersi ambiguità. Le istituzioni hanno il dovere di dimostrare con atti e parole che questa città non appartiene alla mafia".

























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