CATANIA - I carabinieri questa mattina all'alba hanno arrestato due uomini a Catania e Zaccanopoli (Vibo Valenzia), ritenuti responsabili di omicidio, soppressione di cadavere, porto abusivo di armi e incendio. I due avrebbero ucciso il 35enne Salvatore Alfio Privitera (nella foto) tra Catania e Carlentini il 5 gennaio scorso per dissidi sul traffico di droga e debiti da gioco d'azzardo.

Gli arrestati sono Pietro Catanzaro, 36enne di Catania con diversi precedenti, figlio di Giovanni Catanzaro detto "u Milanisi", esponente di vertice del clan Cappello-Bonaccorsi, e Danilo Sortino, 23enne di Lentini, anche lui con vari precedenti.
Risolto dunque il giallo di Carlentini, da dove sono partite le indagini dopo il ritrovamento nelle campagne del corpo carbonizzato di Privitera all’interno della sua auto. Gli autori del delitto avevano cercato di eliminare ogni traccia, incendiando il cadavere e il veicolo.
Nonostante ciò i militari grazie al gps hanno individuato la macchina vicino alla spiaggia del complesso residenziale Villaggio Ippocampo di mare a Catania. Lì sono state trovate numerose tracce ematiche riconducibili a una colluttazione, ma anche una ciocca di capelli, una collana in oro strappata e un bossolo di fucile.
Secondo la ricostruzione degli investigatori Privitera dopo una violenta aggressione è stato raggiunto da un colpo d’arma da fuoco alla nuca. I due esecutori del delitto hanno più volte tentato di appiccare l’incendio all’auto con dentro il cadavere per poi trasportarlo a San Demetrio, a Carlentini. Qui hanno nuovamente appiccato il fuoco. Subito dopo Sortino ha cambiato scheda sim e dispositivo telefonico facendo perdere le proprie tracce. Infatti è stato localizzato e arrestato in Calabria, a Vibo Valentia.
"Lo scenario che noi abbiamo ricostruito è quello di un pestaggio violentissimo seguito da un colpo di grazia con la pistola alla nuca - ha detto il procuratore di Catania Francesco Curcio -. Questa operazione è una risposta immediata dello Stato. Abbiamo indizi per ritenere che oltre ai due arrestati ci siano altri complici".
La giudice Giuseppina Montuori, nel provvedimento, tratteggia anche la personalità di Catanzaro che, scrive, era "noto nel villaggio di residenza" come "soggetto violento e prevaricatore, assai vicino al clan mafioso Cappello-Bonaccorsi di cui è esponente di spicco il padre Giovanni detenuto, se non egli stesso organico", e che "agiva proprio avvalendosi anche della forza di intimidazione derivante da ciò, e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne derivano immancabilmente".
Per il gip la paura e l'omertà emergevano anche "dalla palese reticenza di tutti i soggetti coinvolti nella vicenda, dai familiari della vittima" che "si guardavano bene dall'accusare esplicitamente colui che erano assolutamente convinti fosse l'autore - o uno degli autori - dell'omicidio".
Una familiare della vittima, scrive il giudice per le indagini preliminari nell'ordinanza citando il contenuto di un'intercettazione, diceva di "non aver raccontato agli inquirenti quanto sapeva, trattandosi gli indagati di soggetti pericolosi" che "non si facevano scrupoli ad ammazzare anche più persone, di cui bisognava avere paura, per cui sarebbe stato meglio per lei pensare al proprio marito e ai propri figli".

















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