MESSINA - La Direzione distrettuale antimafia e i carabinieri di Messina hanno smascherato una vera e propria organizzazione "ombra" che gestiva in subappalto importanti appalti pubblici aggiudicati da vari enti, tra i quali il Consorzio autostrade siciliane.
Sei persone sono finite agli arresti domiciliari: Francesco Scirocco, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa con sentenza defintiva, Gaetano Busà, Basile Calandra Sebastianella, Domenico Lo Gozzo, Michele Caruso Scaffidi e Carmelo Munafò. Per 6 imprenditori è stato disposto il divieto temporaneo di contrarre rapporti con la pubblica amministrazione: Angelo Barbetta, Emanuele Bonfiglio, Giovanni e Saverio Iaquinta, Massimo Piscitello e Carmine Sepe. Venti in totale gli indagati.
Le ditte formalmente affidatarie degli appalti (provenienti anche dalll'Ufficio regionale del Genio civile di Trapani, dal Comune di Brolo, dalla città metropolitana di Reggio Calabria) subappaltavano illecitamente l'esecuzione dei lavori - compreso il reclutamento di manodopera e di mezzi - affidando il totale controllo a Scirocco, legato al clan dei barcellonesi.
Anche attraverso complessi meccanismi di noleggio delle attrezzature e false fatturazioni, il gruppo criminale riusciva a drenare consistenti risorse pubbliche. Sono stati pure contestati i delitti di intestazione fittizia di imprese, frode nelle pubbliche forniture, riciclaggio dei proventi illeciti ricavati.
Le attività investigative sono partite dalla denuncia presentata nel novembre 2021 ai carabinieri dal legale rappresentante di un consorzio di imprese, il quale aveva segnalato che all'interno di un cantiere pubblico per lavori di risanamento costiero e difesa dell'erosione aveva riscontrato l'anomala e preoccupante presenza di un imprenditore messinese 61enne (Scirocco), a lui noto per la caratura criminale di tipo mafioso.

Nonostante la condanna girava in abiti da cantiere. Da qui è scattata l'inchiesta su un'infiltrazione della criminalità organizzata tirrenica nel settore degli appalti pubblici, con intercettazioni telefoniche e ambientali. Così è stata scoperta l'organizzazione ombra che, sotto l'occulta direzione dell'imprenditore 61enne e grazie alla compiacenza di imprenditori esterni, aveva assunto il controllo esecutivo di varie commesse pubbliche.
Tra queste i lavori per la sistemazione idraulica del canale di scolo delle acque meteoriche del Torrente Pozzo a Brolo; la manutenzione degli impianti elettrici e di illuminazione lungo le autostrade A18 (nei tratti da Siracusa a Gela e da Messina a Catania) e A20 (da Palermo a Villafranca); la manutenzione di alcuni cavalcavia presenti lungo l'autostrada A18; la pulitura e il miglioramento idraulico di un tratto del fiume Belice a Partanna (TP); le opere finalizzate all'abbattimento dei consumi energetici del Centro Direzionale di Reggio Calabria.
Il gruppo criminale aggirava sistematicamente l'obbligo di autorizzazione delle stazioni appaltanti, avvalendosi di noli di comodo e subappalti illeciti riferiti alle citate opere. Inoltre nei cantieri autostradali gestiti dal gruppo sono state accertate varie condotte fraudolente pericolose per la sicurezza pubblica, tra cui l'installazione nelle gallerie di impianti di illuminazione non conformi rispetto a quanto previsto nel capitolato d'appalto e l'impiego, sui cavalcavia, di impermeabilizzanti scadenti e non accettati dalla direzione dei lavori; ma anche l'impiego sistematico di manodopera irregolare.
L'organizzazione criminale per nascondere la provenienza illecita del denaro drenato dalle commesse pubbliche si avvaleva anche di un circuito di autoriciclaggio, basato su una serie di fatture fittizie, emesse dal gestore di una stazione di servizio per operazioni di forniture di carburante inesistenti. Le ditte compiacenti disponevano bonifici tracciati a favore del distributore, simulando l'approvvigionamento di carburante per i mezzi d'opera; dopo di che, una volta ricevuto l'accredito, il gestore del distributore restituiva in contanti la somma, decurtata di una provvigione, mentre i vertici del sodalizio, che avevano ricevuto il denaro, lo reimpiegavano anche per pagare in nero le maestranze e i collaboratori. Il flusso finanziario fittizio accertato ammonta a circa 377.000 euro.
































